aree negate

Verso il PUA per l’area Ex Nato di Bagnoli

Nell’ambito del Laboratorio di ascolto attivo, promosso dalla X Municipalità Bagnoli-Fuorigrotta di Napoli, per lo sviluppo e la redazione del Piano Urbanistico Attuativo PUA come associazione abbiamo presentato un documento. Il documento sintetizza e chiarisce le esigenze ed i bisogni espressi dai cittadini e dalle Associazioni incontrate durante il lavoro sulle “Aree Negate”.

Di seguito riportiamo il contenuto del documento.

  • Nuovi presidi per l’assistenza e l’inclusione sociale

Attualmente l’incremento della fascia di popolazione anziana è sotto gli occhi di tutti.

La sanità pubblica non riesce a soddisfare una funzione assistenziale di tipo domiciliare e strumentale verso quei soggetti che, oltre all’avanzata età, presentano redditi bassi, patologie invalidanti e soprattutto assenza di presenza di familiari che li accudiscono. In questo quadro problematico, la sanità privata (non sempre eccellente e/o efficiente) ha un ruolo dominante e speculativo (ovviamente ci si riferisce a quella popolazione che ha capacità economiche significative per affrontare spese spesso esorbitanti). Se a questo si aggiunge il mercato nero dell’assistenza domiciliare fornita dalla rete di badanti (ucraine, polacche, brasiliane, ecc) si capisce come in questa situazione il problema della mancata assistenza agli anziani è un problema che andrebbe quanto meno affrontato con la massima attenzione.

In tal senso una delle possibili funzioni che l’area ex-Nato potrebbe implementare e che quindi può rivelarsi un’opportunità è quella che potrebbe riguardare la filiera  dell’assistenza degli anziani: un centro di ricerca e di diagnostica per anziani affetti da demenza senile; centri di riabilitazione; centri  di assistenza per anziani a basso reddito; centro di assistenza per anziani soli; centri laboratoriali per attività aggregative; in definitiva centri capaci di offrire – come avviene nel nord Italia dove per prima si è assistito all’invecchiamento della popolazione – un’adeguata funzione assistenziale ad una popolazione fragile come quella anziana. Non solo assistenza anziani ma anche ai bambini a cui manca un’assistenza familiare adeguata. Tale problema oggigiorno spesso viene affrontato da strutture che appartengono al mondo della rete volontaristica di tipo associativo. Un ruolo di prim’ordine lo svolge la chiesa (offrendo servizi e sostegno di ogni tipo) che però da sola non riesce a colmare il disagio sociale che contraddistingue soprattutto bambini appartenenti a famiglie povere e con livello d’istruzione molto basso. Sono proprio questi bambini che una volta finite le scuole dell’obbligo risultano essere particolarmente vulnerabili verso  ambienti che appartengono alla microcriminalità. In tal senso si potrebbe immaginare un percorso per questi ragazzi capace di creare un’alternativa professionale diversa da quella canonica (legata alle scuole superiori tradizionali) e legata ai mestieri che normalmente  si apprendono con la pratica e l’apprendistato (idraulico, muratore, falegname, giardinieri,  tappezziere, ecc).

  • Insediare una residenza speciale per gli studenti universitari provenienti da altre regioni

Sarebbe utile collocare in quest’area un centro d’eccellenza che sia capace di valorizzare l’enorme patrimonio culturale dell’attività artigianale napoletana: la ceramica, l’attività presepiale, lavorazione dei coralli, orafi, ecc..

In tal senso quest’attività (laboratoriale ma anche di ricerca) può diventare anche una vetrina commerciale identitaria della nostra città.

Un’altra attività che spesso trova grossi spazi economici nel sistema di sfruttamento irregolare di una popolazione giovanile (ci si riferisce soprattutto alle realtà asiatiche) e che solo adesso se ne parla con maggiore consapevolezza e quella legata al ciclo dei rifiuti dei prodotti RAE ed alla loro valorizzazione. In tal senso si potrebbe immaginare in quest’area un percorso virtuoso capace di sviluppare un centro di valorizzazione di questi prodotti che sono considerati come una nuova miniera urbana.

  • Riqualificare le strutture esistenti e aumentare la quantità di verde

È un dato di fatto che dal 2013, data di riconsegna alla fondazione del complesso da parte della Nato,  il mantenimento dell’area costi circa 2mln di euro, cifra che viene sottratta alla mission di sostegno ai diritti dell’infanzia della fondazione stessa.

Le strutture sono in stato di obsolescenza, sia per una vestustità oggettiva delle strutture più antiche di impianto fascista, sia per una modifica delle strutture stesse per l’adeguamento alle varie destinazioni d’uso intercorse.

La maggior parte degli edifici esistenti è stata modificata da dormitorio a uffici con l’utilizzo di partizioni a secco, di cui è prevedibile un necessario retrofit per raggiungere gli standard di abitabilità odierni.

L’area seppure molto estesa, non ha ampi spazi aperti da adibire a spazio pubblico, da qui l’esigenza di ripensare alla pelle delle superfici esterne per introdurre una quota di verde semi- permeabile che rispetti i regolamenti per la mitigazione ambientale e per renderli fruibili a parco cittadino.

  • Verificare la qualità e lo stato delle strutture presenti nel sottosuolo

La presenza di sotterranei molto estesi, come testimoniato da militari nato al momento del passaggio di consegne, crea preoccupazione per la stabilità del versante della collina di San Laise. Inoltre, il non sapere la reale natura di quanto rimasto nei sotterranei preoccupa la comunità.

  • Verificare la stabilità della collina di San Laise

La collina di San Laise diventa punto nodale per la trasformazione dell’area, l’esigenza di non cambiarne la destinazione d’uso agricola deve essere combinata con l’esigenza di recuperare spazi verdi per la comunità.

  • Definire destinazioni d’uso compatibili con le esigenze della comunità della X municipalità, e con la mission della Fondazione per l’Infanzia Banco di Napoli

La X municipalità vede come un’occasione da non mancare la partecipazione della comunità alla definizione delle future destinazioni d’uso per l’ex Area Nato, in quanto la morfologia del sito e degli impianti presenti consentirebbe di insediare una mixitè funzionale che  andrebbe a colmare delle lacune infrastrutturali importanti dell’area.

Esiste una reale preoccupazione che nel caso il PUA a non venga consegnato per tempo e la Fondazione per l’Infanzia del Banco di Napoli dichiari fallimento l’area venga svenduta come l’ennesimo centro commerciale di cui la comunità non sente il bisogno.

Attualmente le uniche strutture in uso nel complesso sono il capo da football americano convertito in campo da Rugby e affidato all’associazione sportiva dilettantistica old rugby, e la scuola montessori. L’altra struttura affidata a privati è la piscina olimpionica ora sotto sequestro, in quanto gli affidatari stavano realizzando opere in elevazione in abuso e un uso diverso da quello dichiarato.

La comunità vede nell’inserimento di alcune funzioni specifiche all’interno dell’area una chiave di svolta per alcune problematiche annose:

  • Presidi sanitari: l’assegnazione di uno degli edifici all’ASL consentirebbe di localizzare in una struttura adeguata come metratura e morfologia gli ambulatori medici, attualmente sparpagliati sul territorio in strutture di ripiego
  • Strutture per accogliere universitari fuori sede: uno studentato pubblico, consentirebbe di arginare il fenomeno dell’aumento sproporzionato degli affitti a causa della presenza di due poli universitari
  • Centri di alta formazione: un hub di alta formazione pubblico consentirebbe di fornire sostegno alle fasce della popolazione in cerca di lavoro e fornirebbe posti di lavoro per la gestione dell’hub stesso.
  • Spazi dedicati alla cultura, sport, vita sociale: la presenza di luoghi per il terziario per lo più privato, l’assenza di parchi pubblici, vede come uno dei punti principali proprio la trasformazione dell’ex area nato in un hub per la vita sociale attraverso l’inserimento delle funzioni di aggregazione più elementari a gestione pubblica
  • Presidio dei Vigili del fuoco e della Protezione Civile (vista la pericolosità del vulcano dei Campi Flegrei): la consapevolezza di trovarsi nella caldera del mega vulcano dei Campi Flegrei vede la necessità della comunità di avere un presidio polivalente di prevenzione e protezione del territorio.
  • Favorire la costruzione di un laboratorio permanente che coinvolga cittadini, operatori e amministratori sul futuro complessivo di tutta la città flegrea in un ottica multidisciplinare

Abbandonare la visione progettuale fin ora intrapresa che lavora per singoli pezzi di città a favore della costruzione di un laboratorio permanente che coinvolga cittadini, operatori e amministratori sul futuro complessivo di tutta la città flegrea in un ottica multidisciplinare. La governance comunale nella grande crisi finanziaria pubblica e istituzionale deve mirare a perseguire una strategia enzimatica che valorizza piccoli interventi locali puntuali in una logica reticolare in quanto essi rappresentano in realtà potenziali attivatori di percorsi di rigenerazione urbana e sociale. Se un grande parco o una piazza ampia influenzano positivamente la città ma solo in prossimità dell’area, un sistema di tanti piccoli luoghi pubblici o aree verdi, diffusi nel tessuto urbano ma di superficie pari al grande spazio, potrebbero coinvolgere l’intera città. La rigenerazione dello spazio pubblico per definizione necessita del coinvolgimento diretto dei cittadini in quanto oltre ad aspetti oggettivi come i requisiti prestazionali dell’ambiente, risultano fondamentali le esigenze degli utenti, quei fattori psicologici, sociali e relazionali soggettivi e variabili. È inoltre importante sottolineare come lo spazio pubblico non dovrebbe essere considerato come luogo dove lottare per raggiungere un senso di appartenenza, al contrario ne dovrebbe essere garante, ovvero basarsi sull’idea che le persone gli appartengano.

Infine sarebbe il momento di evolvere il dibattito sulle modalità di governance e di gestione dell’enorme patrimonio di beni e spazi pubblici/culturali della città. Tra le varie espressioni dell’innovazione sociale assume un crescente rilievo la rigenerazione di asset comunitari da parte di imprese sociali. La ristrutturazione di beni immobili e spazi pubblici da destinare a servizi sociali, iniziative culturali, alloggi protetti, turismo comunitario, rappresenta un’importante sfida sul piano della legittimazione di queste imprese. E’ necessario aprire un dibattito sui temi riguardanti le forme di auto-organizzazione e innovazione dal basso delle comunità locali che costituiscono proposte pionieristiche nell’ambito della gestione, governance collaborativa pubblico-privata e rigenerazione di asset comunitari in grado di creare uno sviluppo economico e sociale centrato sulla persona. Come suggerito dal premio Nobel Elinor Ostrom ci sarebbe una “terza via” da intraprendere tra Stato e mercato in grado di evitare la celebre “tragedia dei beni comuni”, ossia che l’uso indiscriminato – abuso – da parte di tutti, e peggio ancora il disinteressamento – disuso – impedisca e/o riduca i benefici che essi possono generare per le comunità. Sono numerosi gli esempi a cui far riferimento in cui la vitalità, l’entusiasmo, l’energia, la voglia e la capacità di condividere e fare rete dei territori e dei giovani ha favorito la nascita di politiche e progetti d’impresa interessanti che hanno apportato benefici concreti alla collettività e sono diventate occasioni di lavoro. L’economia postindustriale, ormai basata sul sapere, ha cambiato profondamente il mercato del lavoro come sottolinea Enrico Moretti nel suo libro “La nuova geografia del lavoro” che analizza e spiega come per ogni posto di lavoro creato in centri di eccellenza dell’innovazione, ne sono generati almeno cinque in altri settori produttivi e tutti retribuiti meglio che altrove. Emerge che è l’investimento in capitale umano l’elemento realmente innovativo, quello che farà la differenza per il futuro.

 

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